REFERENDUM E SETTE RISPOSTE

 

25.04.2008 - Uno dei tre quesiti referendari proposti dal movimento di Beppe Grillo riguarda l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. Occorre chiarire alcune cose perché è giusto che i cittadini, prima di decidere, siano correttamente informati.

1) La legge che si chiede di abrogare non risale alla dittatura di Benito Mussolini (come sta dicendo Grillo ed è paradossale che la battaglia contro la “cattiva informazione” la si faccia con informazioni false) ma è stata approvata dal Parlamento nel 1963, vent’anni dopo la caduta del fascismo e quindici anni dopo la promulgazione della Costituzione democratica e repubblicana. All’epoca di Mussolini era sì stato istituito un Ordine (ma mai fatto nascere) ed era in vigore l’Albo, gestito dal Sindacato fascista dei giornalisti (al quale bisognava iscriversi obbligatoriamente per poter esercitare la professione), cosa ben diversa, quindi, rispetto alla situazione attuale in cui le iscrizioni, da parte dell’Ordine, sono un fatto esclusivamente tecnico, quindi senza alcuna valutazione politica.

2) La legge del 1963 che ha fatto nascere l’attuale Ordine dei giornalisti ha – al di là delle questioni di gestione e dei relativi organismi – un punto assolutamente decisivo: l’articolo 2 sui diritti e sui doveri. Abrogando questo articolo non si colpirebbe la “cattiva informazione” ma si toglierebbe l’unica arma che i giornalisti onesti e corretti (che sono la stragrande maggioranza) hanno a disposizione per opporsi alle pressioni interne o esterne al giornale. Senza quell’articolo, tutti i giornalisti sarebbero obbligati (pena la perdita del lavoro) a scrivere quello che vogliono gli editori, comprese le notizie false o non verificate. Se oggi ci sono giornalisti disposti a farlo comunque, la colpa non può essere fatta ricadere su tutti. Cadrebbe inoltre il segreto professionale: senza poter coprire le fonti confidenziali, i giornalisti non potrebbero più pubblicare notizie scomode ai potenti, notizie che i potenti cercano sempre di bloccare (come le intercettazioni telefoniche disposte dalla magistratura), notizie che sono invece di grande interesse per i cittadini. Quindi, l’abrogazione totale della legge non migliorerebbe la situazione ma, anzi, provocherebbe un sensibile peggioramento.

3) L’abrogazione della legge del 1963 non risolverebbe affatto la questione dell’accesso alla professione. Diventerebbero giornalisti sono quelli scelti dagli editori, mentre l’Ordine ha sinora garantito l’accesso anche a tanti che avevano praticato il mestiere senza però essere formalmente assunti dalle aziende editoriali. Per intenderci: l’abrogazione dell’Ordine farebbe aumentare a dismisura il fenomeno del precariato.

4) L’abrogazione della legge del 1963 farebbe decadere anche le norme deontologiche approvate autonomamente dall’Ordine (prima fra tutte La Carta dei doveri del giornalista) per tutelare gli utenti (in particolare i minorenni e i soggetti deboli).

5) Ci sono altre due grandi contraddizioni nella proposta avviata dal comico genovese e sorprende che non siano percepite dal partito di Di Pietro che ha aderito alla campagna referendaria. Sia Grillo sia Di Pietro affermano che il problema vero dell’informazione in Italia sono gli interessi extraeditoriali degli editori. Ed è vero: i primi a denunciarlo sono gli stessi giornalisti. Ma perché, allora, Grillo e Di Pietro non propongono leggi più severe per limitare lo strapotere degli editori (come il rafforzamento delle norme antitrust o l’introduzione di norme sulle incompatibilità nelle attività editoriali) anziché prendersela con i giornalisti (e sono la stragrande maggioranza) che giorno dopo giorno cercano con fatica di resistere alle pressioni interne ed esterne? Perché, anziché chiedere di tagliare indiscriminatamente i contributi pubblici ai giornali, non propongono una riforma della legge sul finanziamento che eviti imbrogli e abusi e che miri esclusivamente a favorire il pluralismo?

5) E’ vero che negli altri Paesi europei non esiste un Ordine come quello italiano, ma è anche vero che esistono altri organismi (come le commissioni miste sindacati-editori) per la gestione degli elenchi dei giornalisti. In altri Paesi, come in Francia, la vigilanza sul rispetto delle norme deontologiche è affidata ai pubblici ministeri, cosa di cui i giornalisti si lamentano apertamente. L’abrogazione della legge del 1963 provocherebbe in Italia una deregulation dagli esiti prevedibili: il potere assoluto degli editori non solo sui bilanci ma anche sulle notizie e il controllo pubblico dell’informazione attraverso la vigilanza di organismi dello Stato sulle norme deontologiche..

6) Per concludere. L’Ordine dei giornalisti può avere molti limiti, ma la validità del principio dell’autogoverno della categoria nella gestione dell’Albo e nella vigilanza sui colleghi è stata ribadita dalla Corte costituzionale, secondo la quale l’esistenza dell’Ordine si giustifica proprio con la necessità di proteggere chi esercita la professione dalle interferenze esterne e soprattutto dal potere economico degli editori. Quel principio resta valido. Per attuarlo è necessaria una riforma delle legge dell’Ordine, una riforma che rafforzi proprio la vigilanza sulla corretta informazione, una riforma che da molti anni l’Ordine chiede al Parlamento.

.7) Per concludere. E’ vero che l’informazione italiana attraversa un momento di difficoltà. Il problema è comune a tutto il mondo ma bisogna comunque dire la verità anche su questo punto. In Italia i giornali più venduti in edicola sono anche i più autorevoli, mentre in altri Paesi i giornali più prestigiosi – si pensi al londinese Times o al parigino Le Monde – sono in gravissima crisi. In Francia l’editoria giornalistica raggiunge a mala pena la metà di quella italiana, in Inghilterra regge solo il boom dei giornali scandalistici, dei quali in Italia nessuno sente però il bisogno.

Filippo Peretti
Presidente Ordine dei Giornalisti della Sardegna