22.03.2016 - “LIBERIAMO L’INFORMAZIONE”: SI ALLA RIFORMA DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ORDINE APPROVATA DALLA CAMERA. SI ATTENDE ORA L’APPROVAZIONE DEL SENATO


Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti si è riunito alla vigilia dell’esame in Senato della proposta di legge che ridisegna le sue competenze e la sua composizione, riducendo drasticamente il numero dei componenti (oggi 156), compresi i dodici impegnati nel Consiglio di disciplina.
Non tutti i consiglieri hanno gradito il voto della Camera, che riduce a trentasei il numero dei componenti. Il gruppo di “Liberiamo l’informazione” ha invece voluto esprimere il proprio apprezzamento per il voto dei deputati, proprio come già hanno fatto dodici presidenti dei venti Consigli regionali dell’Ordine: fra loro i più rilevanti per numero degli iscritti, Lombardia e Lazio, che contano la metà dei giornalisti italiani.

Ecco il documento di “Liberiamo l’informazione”

In Consiglio ci è stato proposto dal presidente del Cnog di partecipare alla stesura di un documento unitario. Abbiamo rifiutato questa proposta non per spirito di fazione ma perché il presidente e la sua maggioranza hanno costantemente osteggiato la strada della riforma, custodendo gelosamente nei cassetti di Via Parigi persino un testo approvato dal Consiglio nel luglio del 2014 al quale molti di noi non avevano dato il loro sostegno. Ora che la composizione dell’attuale Consiglio è messa in discussione, la maggioranza, da sempre autoreferenziale e chiusa al dialogo con “Liberiamo l’informazione”, chiede di delegare il suo presidente di parte a rappresentare tutti noi in vista della cruciale discussione della legge in Senato.
Abbiamo detto no per chiarezza, ma ciò non significa che non continueremo a dare in tutte le sedi il nostro contributo perché Palazzo Madama licenzi rapidamente un testo che finalmente ristabilisce il rapporto di due a uno fra professionisti e pubblicisti, garantendo, come vollero i padri della legge (Guido Gonella, ma anche Aldo Moro e Umberto Terraccini) una corretta rappresentanza della categoria, presupposto irrinunciabile per pervenire a una corretta e completa riforma della professione giornalistica.Una riforma necessaria se si pensa che la legge del 1963 ancora in vigore dettava regole alla professione vissuta negli anni delle linotype e del monopolio del servizio radiotelevisivo e ora ci muoviamo nell’era dei social.
Abbiamo detto in Consiglio e ripetiamo anche all’esterno che apprezziamo il testo varato dalla Camera ma non ci sottraiamo alla possibilità che i legislatori introducano possibili innovazioni: fra le principali riproponiamo l’esigenza dell’istituzione di un Giurì per la correttezza dell’informazione, che sollecitiamo da anni insieme alla Federazione nazionale della stampa.
Resta poi sul tappeto la rilevante questione della rappresentanza territoriale del Consiglio nazionale dell’Ordine che potrebbe, se ridotto a 36 elementi, tagliare fuori le regioni più piccole. Auspichiamo che il Parlamento possa riconsiderare la congruità del numero dei componenti un consiglio che avrà diversi compiti: fra gli altri quello di lavorare costruttivamente con gli altri organismi di categoria dopo un periodo segnato da rotture e contrapposizioni.
Tutti insieme (Fnsi, Inpgi, Casagit) dobbiamo lavorare per affrontare la drammatica crisi del settore dell’informazione.
Nel provvedimento approvato poche ore fa dalla Camera dei deputati sono contenute numerose importanti misure di riforma dell’editoria, che speriamo possano porre le basi per la ripresa di un’occupazione virtuosa, centrata sui diritti dei giornalisti, con priorità nel sostegno pubblico alle aziende che rispettino i contratti di lavoro osservando rigorosamente gli obblighi retributivi e contributivi.
In questo contesto noi consiglieri di “Liberiamo l’informazione”, all’opposizione nell’attuale Consiglio nazionale, continuiamo a lavorare per una vera, coerente riforma dell'Ordine, che veda presenti nei suoi Albi soltanto quanti fanno i giornalisti, sottraendo agli editori il potere di sfruttare l'enorme massa di disoccupati, sottoccupati e precari, abbandonati ai meccanismi di un mercato senza regole anche a causa di politiche demagogiche e clientelari.