18.02.2015 - E' MORTO LIVIO LIUZZI, DIRETTORE DE LA NUOVA SARDEGNA DAL 1991 al 2005 Giornalismo in lutto è morto Livio Liuzzi, direttore de La Nuova Sardegna per quattordici anni. Aveva 72 anni, livornese, da dieci in pensione, era rimasto a Sassari. Il Presidente dell'Ordine sardo, Filippo Peretti, ha dichiarato: "Ho lavorato per molti anni con Livio. E' stato il primo redattore capo dell'era Caracciolo, dando uno straordinario contributo alla modernizzazione della testata sassarese. Con lui erano frequenti accese discussioni sull'impostazione del giornale, ma nella condivisione del primato della notizia e del servizio ai lettori.". Il Presidente e l'intero Consiglio dell'Ordine regionale partecipano al lutto dei familiari e della grande famiglia de La Nuova Sardegna. Pubblichiamo l'articolo di Piergiorgio Pinna su La Nuova Sardegna di oggi. 

 

«Certo, a volte i quotidiani tendono a enfatizzare. Ma credo faccia parte delle regole del gioco. Dobbiamo invece far sì che i giornali diano sempre un'informazione corretta: senza censure ma corretta. Garantiamo almeno questo: sarebbe già un bel passo avanti. Siamo un Paese dove tutto viene ingigantito o sminuito. In quest'ottica noi giornalisti, con le nostre debolezze e le nostre passioni, abbiamo precise responsabilità: e di questo vi chiedo perdono, per quanto possa valere». È la conclusione di uno degli ultimi discorsi pronunciati in pubblico, durante un convegno all'università di Sassari, dall'ex direttore della Nuova Sardegna Livio Liuzzi. E ora che Liuzzi è morto, dopo aver affrontato molte malattie con il piglio tenace e con la determinazione che l'hanno contraddistinto in 40 anni di lavoro sul campo, la sua appare in qualche modo l'estrema manifestazione di un tratto professionale che l'ha contrassegnato per tutta la vita. Confronto aperto, difesa delle proprie opinioni con convinzione, magari sino allo scontro verbale. Ma allo stesso tempo una grandissima capacità di ascoltare. E di ascoltare tutti: dai lettori all'allenatore di calcio, dall'assessore al disoccupato, dal prefetto all'usciere. Per maturare a volte l'idea che forse potevano avere ragione loro, gli altri, e non lui. Dote non da poco, accompagnata dal pregio di non serbare mai rancori.

Giornalista della vecchia guardia, nato tra i fumi del piombo al "Telegrafo" di Livorno, che solo più tardi sarebbe stato ribattezzato "Il Tirreno", Liuzzi era sbarcato per la prima volta nell'isola con il Gruppo Espresso guidato da Caracciolo e Scalfari nel 1980. C'era da rinnovare "La Nuova Sardegna", che all'epoca aveva ancora la rotativa dell'"Avanti" diretto dal socialista Benito Mussolini, le linotype del secondo dopoguerra e un sistema di produzione fuori dal tempo. Un compito che non lo spaventava sicuramente.

Lui, Livio, aveva il mestieraccio nel sangue. E soprattutto sapeva come traghettare tecnicamente un giornale verso l'era dei computer: l'aveva appena sperimentato al "Tirreno" con successo. Così, sotto la direzione di Luigi Bianchi e quella editoriale di Mario Lenzi, alla "Nuova" rimase per tre anni. Redattore capo in un quotidiano dove il turn over era una costante, le inchieste e le notizie si succedevano a ritmo intenso, tra il progetto dell’edizione del lunedì e l'impennata delle copie, passate in poco tempo da trentamila a oltre quarantamila giornaliere.

Nell'isola, sempre alla "Nuova", sarebbe tornato da direttore nel 1991 dopo un lungo periodo di condirezione al "Tirreno" (da Livorno diede in anteprima alla "Nuova", in piena notte, la notizia della strage a bordo della Moby Prince). A Sassari trovò una redazione e un quadro generale del tutto mutati. Soprattutto dopo le guide del giornale - arrivato a toccare le 70mila copie, con più edizioni e una diffusione capillare in ogni territorio - assicurate prima da Alberto Statera e poi da Sergio Milani.

Una delle sue prime rivoluzioni? Trasferire il notiziario d'interesse regionale negli spazi d'apertura del quotidiano, dando così alla "Nuova" una impronta decisamente sarda sin dalle prime pagine. Oggi può sembrare una scelta scontata, allora non lo era.

Altri passi coraggiosi? Introdurre con i lavoratori del giornale un confronto sempre leale, franco, addirittura fino alla durezza. Ma sempre stemperato da una risata o da una battuta in livornese con l’immancabile deh!. Contemporaneamente Liuzzi ha mantenuto con attenzione l'apertura verso i lettori e le loro esigenze. Privilegiando un'informazione fondata sul primato della cronaca e sulla tempestività dei resoconti sopra ogni altro aspetto, in un momento nel quale uno degli slogan del giornale era La notizia o è "Nuova" o non è. Tutto questo sebbene non si sperticasse mai in tanti complimenti: «I cronisti, se fanno il loro lavoro bene, devono soltanto tornare col pezzo in bocca», amava ripetere. Nei corridoi del giornale è rimasta celebre la volta nella quale uno dei suoi redattori diede un "buco" clamoroso alla concorrenza e uno dei suoi più stretti collaboratori gli ricordò di fargli i complimenti. Lui, arrivata l'ora della riunione di redazione, chiamò il cronista e gli chiese: «Di’ un po': ma com'è che gli altri non ce l'avevano?».

Ogni tanto, poi, infervorandosi per gli avvenimenti quotidiani, gli poteva capitare di venir preso dalla foga del discorso e di cadere in qualche luogo comune sui sardi. Allora, in redazione, erano scintille. Ma in realtà parecchio gli veniva perdonato (e ricambiato). Anche perché, in fondo, quando si abbandonava a un'intemperanza, aveva il senso del limite: spesso tornava sui suoi passi, magari facendo capire di aver sbagliato.

Del resto, i calcoli li aveva sbagliati anche sulla sua seconda permanenza nell'isola. Era tornato convinto di dover lavorare alla "Nuova" per un breve periodo. Al giornale rimase sino al 2005: 14 anni, la più lunga direzione nella storia di un giornale che ne ha 123. Poi, andato in pensione, decise di costruirsi una casa e trasferirsi in maniera definitiva a Sassari, dove ha insegnato all’università. Ieri, a tarda sera, nel reparto di un ospedale milanese dov'era ricoverato, a quasi 72 anni Livio ha chiuso la mazzetta dei giornali per sempre. Ma tutti lo ricorderanno come un sardo-livornese che nell'isola ha lasciato il cuore e le passioni.